CLERICI TESSUTO, UN FILO SOTTILE LUNGO CENT’ANNI

Sandro Tessuto, Presidente di Clerici Tessuto

Un filo, sottilissimo eppure resistente. Come la seta. E lungo. È il filo che percorre i tanti anni attraverso i quali si dipana la storia secolare di Clerici Tessuto, azienda tessile comasca, tra le più importanti realtà mondiali per il settore del lusso, con una produzione dedicata all’abbigliamento, agli accessori e all’arredamento. È lo stesso a cui fa riferimento il titolo del bellissimo libro “Senza perdere il filo”, magistralmente scritto da Giuseppe Guin, giornalista e scrittore, in occasione delle celebrazioni per i cento anni dell’impresa, che meriterebbe di diventare la sceneggiatura di un film. Basterebbe leggere questo libro. Anzi, prima ancora, accarezzare, senza averlo aperto, la duchesse di seta, prodotta ovviamente dall’azienda, con la quale è stata realizzata la preziosa copertina. Dieci bellissime tonalità diverse, dalle quali percepire la passione, la cultura, in una parola, l’amore per questo lavoro che travalica il lavoro stesso e si fonde con le vite dei protagonisti e, un po’, anche con quelle di tutti noi che nel distretto serico di Como siamo nati e ne respiriamo da sempre l’atmosfera. Ma per chi ha la fortuna di visitare l’iconica sede di Grandate progettata dall’architetto Enrico Mantero, 7000 metri quadri adagiati su una collina alle porte di Como da cui si ammirano tutte le sfumature del Monte Rosa, quella percezione si trasforma in completa immersione. Si viene presi per mano e accompagnati nella storia del tessile, grazie alla bellissima collezione di macchine da cucire che accoglie immediatamente il visitatore all’ingresso, stupendolo. O allo storico telaio prodotto dalla celeberrima Omita di Albate che fa bella mostra come a voler rammentare a tutti le proprie radici. Per passare al tempio della creatività: nel fermento di un ufficio stile guidato da un’artista d’eccellenza come la raffinata signora Gerry Gerosa, dove l’estro si fonde con la ricerca e l’innovazione. Poi, come in un moderno labirinto, ci si ritrova in un attimo tra lo sferragliare di centinaia di telai che creano i pregiati tessuti che andranno a comporre le collezioni più ambìte dagli stilisti di tutto il mondo. In Clerici Tessuto, l’esperienza centenaria riesce a far convivere in un equilibrio perfetto il lusso e l’eleganza con le produzioni industriali dedicate alla grande distribuzione, l’abbigliamento con l’arredamento, la tradizione con l’innovazione. E poi, l’archivio. Unico, immenso, perfettamente illuminato e ordinato. Al centro un’enorme Lucia, la tradizionale barca del lago di Como, la seconda passione dell’attuale Presidente Sandro Tessuto. Tutt’attorno trovano posto raccolte di campioni tessili, disegni, cataloghi e libri antichi acquisiti nei suoi 100 anni di storia. I numeri testimoniano una passione per la qualità e la manifattura comasca in tutte le sue espressioni: una raccolta di 10.000 schizzi disegnati a mano e 20.000 libri, una collezione tessile di 200.000 cappellotti in jacquard e 180.000 stampati, 40.000 accessori, 7.000 capi finiti e 2.000 ricamati. E ora tutti completamente digitalizzati e sfogliabili su un modernissimo touchscreen all’interno del quale sono stati scannerizzati, per fornire agli stilisti di tutto il mondo la possibilità di ispirarsi e progettare, insieme all’ufficio stile dell’azienda, le tendenze prossime future. Un processo che si ripete ogni anno, sempre uguale a se stesso ma dal risultato sempre diverso e sempre al top dell’eccellenza. Raccontare in poche righe, ma anche in poche pagine un’azienda che il primo secolo di storia l’ha già vissuto e il secondo si appresta a viverlo, sarebbe impresa impossibile oltreché profondamente ingiusta. E non solo perché di pagine ce ne vorrebbero centinaia, ma anche per lasciare a ognuno il piacere di scoprire dalla penna del maestro Guin le vicende che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, hanno costruito questa bellissima storia di successo. Una storia che prende avvio nel 1922, quando la signora Rachele Clerici, con tenacia ed energia, fondò la sua azienda con soci tutti maschi e ne determinò le sorti finché la vita glielo concesse.

Se a lei, infatti, si deve la fondazione, è sempre a lei che si deve la presenza da oltre quarant’anni di suo nipote Sandro che convinse a tornare in azienda dopo un insanabile litigio con il padre Eugenio. E a portarla al successo che conosciamo, attraversando periodi difficili o, addirittura, difficilissimi come la recente pandemia. Nessuno, tra coloro che l’hanno visto, potrà mai dimenticare lo sguardo rassegnato, gli occhi tristi, le lacrime trattenute a stento, di Sandro Tessuto quando mostrava alle telecamere della televisione la fabbrica ferma in un agghiacciante silenzio dovuto al lockdown, temendo prima che per sé e per i propri cari, per le trecento famiglie legate inscindibilmente da anni alla sua impresa. Eppure, con un eccellente 2021 e un formidabile 2022 la Clerici Tessuto è ormai tornata ai volumi precrisi e con la quarta generazione, rappresentata da Sara Tessuto, ha lo sguardo saldamente rivolto al futuro. Merito di un grande lavoro di squadra, di una governance competente guidata dal CEO Stefano Bernasconi, di un impegno fortemente dedicato alla sostenibilità. Ma è proprio dalla voce di Sandro Tessuto che vogliamo ascoltare le ragioni di questo successo.

Cento anni e l’abbraccio di un intero paese, Grandate, lo scorso luglio. Sandro, qual è il segreto che ha reso possibile questo importante traguardo?

Il segreto sono le persone. I miei nonni, mio papà, le persone che hanno lavorato e lavorano qui. In cento anni sono passate da questa azienda centinaia se non migliaia di persone, venute da tutto il paese di Grandate, e, ora che il paese è diventato più piccolo, molti arrivano anche da fuori. Non ho alcun dubbio. Se siamo qui oggi il merito va a tutti loro e al valore aggiunto che ognuno ha dato.

Qual è il valore che pensi di aver dato alla tua impresa negli oltre quarant’anni in prima linea?

L’amore per questo mestiere, aver respirato tessile in tutta la mia vita da quando sono nato e un po’ di impegno.

Gerry Gerosa, raffinata direttrice dell’ufficio stile, disse: “…quel giorno mi resi conto di essere in un’azienda dove si poteva realizzare anche l’impossibile”. 
È davvero così? E cosa significa?

Il problema di questo mestiere è che anche le più grandi aziende erano e rimangono degli artigiani. È assolutamente irrealizzabile come vorrebbero i nostri clienti che le nostre imprese si snaturino per diventare delle industrie. Eravamo artigiani, siamo artigiani e dovremo rimanere artigiani. Naturalmente adeguandoci a tutte le richieste e adempimenti che ci vengono richiesti dai nostri clienti. L’impossibile a cui fa riferimento Gerry è proprio quella capacità di restare artigiani, che è un valore che ci dà la possibilità di realizzare i prodotti che vogliono i grandi brand del lusso, ma al tempo stesso di rispondere al cambiamento del mondo che è stato devastante. Questo è ciò che ci differenzia dagli altri Paesi. Non credo che Cina, India e Pakistan potranno mai arrivare a rispondere alle esigenze che i nostri grandi clienti del lusso chiedono alle aziende di Como. Questi Paesi sono indispensabili per un certo tipo di prodotto come i fondi stampa, ma mai potranno gestire l’impossibile di cui parla Gerry.

Qual è stato per te il momento più esaltante?

Su questo ci torniamo dopo!

E quello più difficile?

È stato nel 2007 e 2008 quando è crollata Lehman Brothers. Il mondo è esploso. Ricordo con sofferenza quando il mio responsabile finanziario il venerdì sera mi dava l’elenco dei fornitori che dovevano essere pagati e io il sabato e la domenica dovevo indicare quelli che potevamo pagare e quelli per cui non eravamo in grado di farlo. Noi e l’intero distretto di Como ci abbiamo messo 3 o 4 anni per recuperare quella crisi epocale. Solo nel 2013 siamo riusciti a tornare ai valori di prima. Ci siamo impegnati molto.

Leggendo il vostro bellissimo libro, scritto dal maestro Guin, emerge la figura forte di tua nonna Rachele, la fondatrice, che però sapeva stare anche molto vicino alle giovani donne che assumeva per insegnare il lavoro e valutare il loro vero valore. Un’attenzione alla persona che parte da lontano.

È stata una donna straordinaria. Ti dico solo questo: è morta a 94 anni, ma me la ricordo ancora… a 90 anni, arrivava in azienda alle 11 – allora eravamo in centro città, in Via Pessina – saliva le scale, leggeva il giornale, si soffermava a parlare con qualcuno. Insomma, faceva ancora la capo azienda. Ed è sicuramente vero: ha sempre avuto molta attenzione per le persone. E un grande amore per l’azienda.

A proposito di persone: il passaggio generazionale tra tuo padre e te è stato forse uno dei più singolari che abbia mai sentito. Caratteri inconciliabili: tu te ne vai, tua nonna cerca di convincerti a tornare, torni, se ne va lui a vivere in Australia e a poco meno di trent’anni ti ritrovi a gestire un’azienda già affermata cambiandole completamente pelle. E dimostrando il tuo valore.

Sandro Tessuto con la figlia Sara e i nipoti

(Sospira, ndr). In effetti il rapporto con mio padre è stato molto difficile. A distanza di tanti anni non riesco più a darmi una risposta, se fosse stata colpa mia o colpa sua. Però, guardandomi indietro, con la maturità di oggi, devo ammettere che mio padre mi ha insegnato tanto e in effetti aveva ragione lui con il suo sforzo di farmi diventare un uomo azienda e non un giovane esuberante, diciamo così, qual ero io a quei tempi. Devo dire che la cosa che mi disturbava particolarmente di mio padre era il vederlo stracciare i contratti che portavo quando tornavo in azienda dopo settimane in giro per tutta l’Italia. Non accettava che io, pur di vendere, abbassassi i prezzi. Ora ammetto che aveva ragione lui: i margini vanno salvaguardati, altrimenti l’azienda non sta in piedi. Mi ha lasciato un’azienda sana finanziariamente e affermata, nella quale non è stato difficile né complicato lavorare per cercare di svilupparla e cambiarle pelle. Erano gli anni in cui nasceva il prêt-à-porter, ed era indispensabile trasformarla da azienda che vendeva al metro ai dettaglianti italiani a fornitrice dei più importanti brand della moda internazionale.

Quindi se lui non se ne fosse improvvisamente andato in Australia non sarebbe accaduto?

Sicuramente non sarebbe stato possibile trasformare l’azienda così in fretta e, come si dice, avremmo perso il treno. Non avrebbe compreso quel cambio epocale che era necessario imprimerle in quel preciso momento. Dopo sarebbe stato tardi, troppo tardi. Alla fine gli sono grato di quella decisione, perché mi ha permesso di prendere completamente in mano l’azienda e gestirla, riuscendo anche a dimostrargli il mio valore che, in effetti, mi riconobbe. E non nascondo che fu una grande soddisfazione.

C’è qualcosa che hai fatto e non rifaresti?

Nella vita di un imprenditore ci sono sicuramente tanti errori e tante cose sbagliate. L’elenco sarebbe fin troppo lungo. Però le considero tutte esperienze utili.

Parliamo di governance: Clerici Tessuto è un’azienda managerializzata e con un Amministratore Delegato esterno alla famiglia. Quando hai deciso che fosse il momento di aprire all’esterno e perché?

Solo recentemente la mia azienda è diventata managerializzata. Il mio torto è stato quello di aver accentrato troppo sulla mia persona. Il primo passo verso questa direzione è stato negli Anni Novanta, quando ho costruito insieme ad un socio una stamperia e lui ne è diventato amministratore delegato negli Anni 2000. Da quel passo ne ho compiuti altri, e ora effettivamente abbiamo eccellenti figure in ogni posizione chiave. Però devo ammettere che faccio ancora fatica ad accettare decisioni aziendali che non sono state prese da me. Ma poi ci rifletto e le riconsidero come positive per l’azienda. Mi rendo conto che è un mio limite.

Cosa ne pensi della sostenibilità?

Sicuramente l’ho subita e la subisco. Certo, sono anche io convinto che nel mondo troppe cose sono state lasciate andare e sono andate nel modo sbagliato. Dei rimedi vanno individuati. Ma continuo a subire questo eccesso di sostenibilità che si traduce in una smisurata quantità di adempimenti richiesti dallo Stato o dai clienti dei quali, a volte, sfugge il senso. Ci sono troppe contraddizioni. Quello che di recente è successo a Ischia è sintomatico. Perché nessuno ha mai cercato di porre rimedio a quell’abusivismo? Si preferisce vessare le imprese con norme incomprensibili e poi si lascia che accadano tragedie simili?

La storia del tessile comasco, anche leggendo le pagine del vostro libro, racconta anni di divisioni e rivalità. Se non ci fossero state, sarebbe cambiato qualcosa nel destino di questo territorio?

Le divisioni, le gelosie, la concorrenza fanno parte del mondo dell’economia e da un certo punto di vista è normale che sia così. Dall’altra parte, forse nel nostro distretto c’è stato un eccesso di divisioni e gelosie che, ovviamente, non ha fatto il bene di Como. Abbiamo fatto poca formazione, abbiamo cresciuto pochi giovani, abbiamo impedito alle aziende di svilupparsi e di fare squadra, ci rubiamo i collaboratori uno con l’altro. Questo è un dramma per un’azienda. Così non si va da nessuna parte.

È ancora così secondo te?

Era così, e sarà così.

Che consiglio daresti ai giovani che dovessero leggere questa intervista?

Il mio consiglio è impegnarsi, farsi il fondo, perché non c’è altro modo per arrivare in alto. La vita non ti regala niente, e oggi il mondo è molto più complicato di quello che hanno vissuto i nostri nonni e i nostri padri. La ricerca del benessere complessivo, ecco un altro eccesso, ha fatto diventare il mondo uno schifo.

Ti ricordi che abbiamo ancora una domanda in arretrato?

Sì, mi ricordo. Vuoi sapere qual è stato il momento più esaltante nella mia vita imprenditoriale. Preferisco chiamarlo momento di soddisfazione: è aver contribuito a portare l’azienda fondata da mia nonna ai cento anni. E l’ho vissuto lo scorso 8 luglio, quando abbiamo festeggiato con tutto il paese di Grandate. Purtroppo, il covid non ha permesso a mia figlia Sara, la quarta generazione da dieci anni in azienda, di essere presente, ma devo dire che è stato bellissimo collegarci via zoom con mio nipote che mi ha chiesto: “nonno quando facciamo un’altra festa così?” Pensa che i nostri concittadini che hanno partecipato alla festa hanno ballato fino all’una di notte. A proposito, un altro bellissimo momento mi capita quasi ogni sera: quando esco tardi dall’azienda e mi fermo a prendere un prosecco che spero di essermi meritato dopo una giornata di lavoro, incontro tanti grandatesi che mi riconoscono e cominciano ad elencare orgogliosi i loro parenti che hanno lavorato in Clerici Tessuto. Ecco, lo dico con sincerità e senza falsa modestia: quell’orgoglio che leggo nei loro occhi mi riempie di soddisfazione. Ora non so cosa succederà nel futuro. Mi auguro che il nome di questa azienda, il suo marchio e la sua storia possano andare avanti dopo di me. Non è così scontato perché la quarta generazione (lo dice sorridendo, rivolgendo lo sguardo paterno a sua figlia Sara, che lo affianca con l’affetto che solo una figlia può avere per il suo papà, ndr) mi ha chiaramente spiegato che non intende fare la vita che ho fatto io.

Però ora il mondo è cambiato, non è più il tempo dell’one man show, l’azienda è strutturata, ha una governance.

È tutto vero, ma ricorda che in questo mestiere la cosa più importante sono i rapporti personali. Pensa che ancora oggi c’è un importante stilista milanese che ha quasi novant’anni e mi chiama al mattino presto al telefono per chiedermi se gli ho spedito quelle pezze.

E tu cosa gli rispondi?

Di lasciarmi prendere il caffè, che poi vado in azienda a vedere.

A cura di Stefano Rudilosso

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