
Andrea, Simona e Paolo Galli ripercorrono la storia della family company, con una guida d’eccezione: zia Letizia, 105 anni
Cento anni di storia imprenditoriale racchiudono molto più di una successione di date. Racchiudono persone, scelte coraggiose, passaggi generazionali, momenti di crescita e fasi difficili affrontate con determinazione. Ci sono aziende, come il Calzaturificio Brunate che, attraversando un secolo di vita, finiscono per raccontare anche la storia di un territorio, delle persone che lo abitano e dei valori che resistono al passare del tempo. Nel 2026 il Calzaturificio Brunate celebra i suoi primi cento anni di attività. Un traguardo importante, costruito giorno dopo giorno da generazioni di imprenditori, collaboratori e famiglie che hanno condiviso una visione comune: realizzare un prodotto di qualità senza mai perdere il rispetto per il lavoro, per le persone e per la propria identità. Fondata nel 1926 da due cognati – Vittorio Galli e Giovanni Volonté – che unirono competenze tecniche, spirito commerciale e una buona dose di coraggio imprenditoriale, l’azienda ha attraversato alcune delle pagine più complesse del Novecento: la guerra, la ricostruzione, l’incendio che nel 1949 colpì lo stabilimento, i profondi cambiamenti del mercato e l’evoluzione della manifattura italiana. Ogni volta, però, ha saputo rialzarsi e ripartire, trasformando le difficoltà in nuove opportunità di crescita. A custodire questa memoria c’è ancora oggi una figura straordinaria: Letizia, 105 anni, figlia di Vittorio, protagonista di una parte fondamentale della storia aziendale e presenza tuttora attiva in fabbrica. Il suo celebre invito a “non mollare”, ripetuto ancora oggi a nipoti e collaboratori, è diventato una sorta di bussola morale che accompagna il percorso dell’azienda. A raccontare il presente e il futuro del Calzaturificio Brunate sono Andrea e Simona, in rappresentanza della terza generazione, che comprende anche i loro cugini Vittorio, Sara e Marta, e Paolo, figlio di Andrea, entrato recentemente in azienda come esponente della quarta. Insieme ripercorrono un secolo di storia fatto di lavoro, passione, capacità di adattamento e fiducia nel futuro, mantenendo sempre saldo il legame con il territorio comasco e con quel patrimonio di competenze che continua a rendere unico il Made in Italy.
Calzaturificio Brunate celebra un secolo di attività: quali sono stati i momenti che hanno maggiormente segnato l’identità dell’azienda?
Andrea – La nostra storia inizia a metà degli anni Venti e nasce dall’incontro tra due cognati che avevano sposato due sorelle. Uno era un eccellente tecnico meccanico, l’altro possedeva spiccate capacità commerciali e una naturale attitudine alla gestione delle persone. Decisero di unire competenze ed energie per dare vita a un progetto imprenditoriale comune. Uno dei due aveva maturato esperienza in un altro storico calzaturificio del territorio, il Lario, e proprio da quella esperienza nacque la convinzione di poter intraprendere una strada autonoma. Prima ancora di avviare la produzione, scelsero il nome dell’azienda: “Brunate“. All’epoca era consuetudine attribuire alle imprese nomi geografici e Brunateevocava un luogo piacevole, panoramico e ricercato, meta di villeggiatura dei milanesi che trascorrevano sul Lago di Como i fine settimana. Un nome che già racchiudeva un’idea di qualità e di aspirazione. La produzione iniziale era dedicata alle calzature per bambini. Erano anni di ripresa dopo il conflitto mondiale e i fondatori decisero di investire con convinzione in questo segmento. Si dedicarono completamente all’attività e, nel corso degli anni Trenta, l’azienda conobbe una crescita importante. In quel periodo la filiera era interamente interna: non esistevano ancora le specializzazioni che conosciamo oggi e ogni fase della lavorazione veniva svolta all’interno dello stabilimento. Ingegno, passione e spirito imprenditoriale permisero all’azienda di svilupparsi rapidamente. Alla fine degli anni Trenta avviene uno dei passaggi più significativi della nostra storia: l’ingresso in azienda di Letizia, che allora aveva soltanto diciannove anni. La morte prematura di suo padre Vittorio la costrinse ad assumersi responsabilità enormi in un momento particolarmente delicato. L’azienda contava già circa cento dipendenti e il contesto storico stava cambiando profondamente. Gli anni del fascismo, delle leggi razziali e della guerra rappresentarono una fase complessa anche per il Calzaturificio Brunate. Uno dei principali referenti commerciali era un signore ebreo di Roma e Letizia si trovò a ricevere pressioni sempre più insistenti. Prima arrivarono sollecitazioni verbali, poi comunicazioni scritte. Lei, però, non cedette. Quelle lettere, ancora oggi conservate presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme, testimoniano una scelta di grande coraggio. Durante il conflitto la fabbrica si trovava in una posizione strategica, alle porte di Milano e nelle vicinanze della prima autostrada costruita in Italia. Quando gli Alleati si resero conto dell’importanza logistica di quell’area, chiesero che lo stabilimento venisse liberato per ospitare una Stazione di Comando. Fu quindi necessario trasferire macchinari e attività in alcuni spazi presi in affitto nel paese. Non fu un periodo facile per l’azienda. Con la fine della guerra, poi, iniziò una nuova fase. Si percepivano già i primi segnali di quello che sarebbe diventato il boom economico e l’impresa riprese il proprio percorso di crescita. Nel frattempo, era rientrato in azienda anche uno dei fratelli di Letizia, sopravvissuto alla deportazione nei campi di concentramento. Sembrava l’inizio di una stagione più serena, ma nel 1949 un incendio distrusse una parte importante dello stabilimento e della produzione. Ancora una volta fu necessario ricominciare. La reazione fu straordinaria: nel giro di pochi mesi l’attività ripartì e l’azienda tornò a crescere. Tra gli anni Settanta e Ottanta il Calzaturificio Brunate arrivò a impiegare quasi trecento persone e aprì anche un secondo stabilimento in provincia di Varese. Furono anni di sviluppo, pur in un contesto segnato da cambiamenti importanti, dalla crisi petrolifera al calo demografico: il mutare delle abitudini di consumo portò quindi a una nuova svolta.

Quale?
Le scarpe da bambino, prodotto che aveva decretato il successo dell’azienda, iniziavano a risentire della diffusione delle calzature sportive e della diminuzione delle nascite. Nel frattempo, dei quattordici calzaturifici che un tempo operavano in provincia di Como, ne erano rimasti soltanto pochi. Oggi, di fatto, è rimasto soltanto il Calzaturificio Brunate. Fu allora che decidemmo di guardare con maggiore attenzione al mondo della calzatura femminile. Le competenze maturate nella realizzazione di scarpe per bambini, unite all’esperienza sviluppata nel campo dell’ortopedia, ci consentivano di affrontare questa nuova sfida con una sensibilità particolare. Abbiamo trasferito nella scarpa da donna concetti come comfort, vestibilità e benessere, sviluppando prodotti pensati per accompagnare la quotidianità femminile senza rinunciare all’eleganza. Tra gli anni Ottanta e Novanta l’export è diventato progressivamente una componente essenziale del nostro business. Oggi circa il 90% della produzione viene esportato e le nostre calzature raggiungono mercati in tutto il mondo, dal Sud America all’Europa, fino a numerosi altri Paesi. Ci definiamo spesso una “piccola multinazionale tascabile”: una realtà dalle dimensioni contenute che ha saputo ritagliarsi una nicchia distintiva, grazie a un prodotto riconoscibile, caratterizzato da qualità, personalità e uno stile ben definito.
Quanto è stato difficile compiere questa scelta?
Andrea – Dal punto di vista produttivo, il passaggio è stato meno traumatico di quanto si possa immaginare. La realizzazione di calzature da bambino richiede una grandissima attenzione ai dettagli, precisione e delicatezza, caratteristiche che si sono rivelate preziose anche nella produzione di scarpe da donna. Inoltre, la nostra è sempre stata un’azienda a forte presenza femminile: ancora oggi circa il 70% della manodopera è costituito da donne. Per questo motivo l’adattamento è avvenuto in modo piuttosto naturale.
Simona – Le nostre calzature per bambini coprivano una fascia molto ampia di numerazioni. Si partiva dai primi passi, ma si arrivava anche a quelle misure che oggi definiamo “sotto uomo”, come il 38 o il 39. In un certo senso, il passaggio alla scarpa da donna è stato l’evoluzione naturale di un patrimonio di conoscenze che possedevamo già.
Quali sono principi che sono rimasti invariati nel vostro modo di fare impresa?
Simona – È una riflessione che abbiamo affrontato spesso in questo anno del centenario, perché inevitabilmente ricorrenze come questa portano a fare bilanci e a interrogarsi su ciò che è davvero rimasto immutato nel tempo. Se dovessi individuare un valore che racchiude la nostra cultura aziendale, parlerei di rispetto. Un concetto semplice solo in apparenza, ma che per noi assume molte sfumature. Significa rispetto per la nostra identità di imprenditori, per il prodotto che realizziamo, per le persone che lavorano con noi, per i partner commerciali e per tutti gli interlocutori con cui entriamo in relazione. Credo che sia proprio questo atteggiamento ad averci consentito di mantenere nel tempo una personalità ben definita e una filosofia aziendale coerente, pur attraversando epoche e mercati molto diversi tra loro.
Paolo, percepisci questa filosofia entrando oggi in azienda?
Assolutamente sì. La percepisco nel rispetto per ciò che facciamo, per le persone per cui lo facciamo e per chi ci ha preceduto. Ma anche nella cultura del lavoro ben fatto, nella volontà di trovare soluzioni e nella determinazione a non arrendersi quando qualcosa non funziona al primo tentativo. I valori che hanno rappresentato i pilastri dell’azienda in passato continuano a essere fondamentali ancora oggi e lo saranno anche in futuro.
A cosa ti riferisci quando parli di non arrendersi davanti alle difficoltà?
Paolo – È un’espressione che in quest’anno del centenario è tornata spesso e che nasce direttamente da una frase di zia Letizia. A febbraio è venuta a trovarci in fiera per vedere la mostra che avevamo dedicato ai cento anni dell’azienda e, salutandoci, ci ha detto: “Dai ragazzi, non mollate”. Ha colpito tutti. Non solo per le parole in sé, ma per la forza con cui le ha pronunciate. È straordinario vedere una persona di 105 anni conservare ancora quella passione e quella capacità di motivare chi le sta accanto. Quando penso al significato di quel “non mollare”, penso proprio a questo spirito. In occasione della festa per il centenario abbiamo chiesto ai collaboratori di scrivere una dedica all’azienda e una delle espressioni che è ricorsa più frequentemente è stata proprio quella: “non mollare”. Credo sia diventata una sorta di patrimonio condiviso, qualcosa che rappresenta il modo in cui questa azienda ha affrontato il proprio percorso e che dovrà continuare ad accompagnarla anche in futuro.
Andrea – Stiamo sicuramente attraversando una fase economica e internazionale particolarmente complessa. È un periodo sfidante, ma affrontarlo sapendo che l’azienda ha già superato momenti difficili nella sua storia ci consente di guardare avanti con maggiore serenità e consapevolezza.
Simona – Lo abbiamo visto anche durante la pandemia. Quando siamo stati costretti a chiudere temporaneamente l’azienda, la zia Letizia, che aveva già superato i cento anni, continuava a chiedersi come fosse possibile che la fabbrica fosse ferma. Continuava a ripetere: “Abbiamo tenuto aperto durante la guerra”. Era il riflesso di una mentalità che apparteneva alla sua generazione e anche a quella dei nostri genitori: il lavoro era un dovere, una responsabilità verso le persone e verso la comunità. È un insegnamento che continua a far parte del nostro modo di vedere la realtà.

Come si trova l’equilibrio tra il rispetto di una tradizione centenaria e la necessità di innovare continuamente prodotto, processi e comunicazione?
Simona – Credo che la chiave sia rimanere costantemente in ascolto. Del cliente finale, degli agenti, dei partner commerciali, ma anche del nostro istinto e della nostra esperienza. Da un lato è fondamentale preservare la nostra identità, dall’altro bisogna mantenere una grande capacità di aggiornamento. Significa avere occhi e orecchie sempre aperti per cogliere i cambiamenti nei gusti, nelle abitudini e negli orientamenti del mercato. Da sempre il nostro obiettivo è realizzare una calzatura che sia accogliente fin dalla prima prova, confortevole e facilmente portabile, capace di accompagnare la vita quotidiana delle donne. È una caratteristica che viene molto apprezzata e che contribuisce a fidelizzare la clientela. Allo stesso tempo, però, è indispensabile continuare ad ascoltare chi acquista i nostri prodotti. Per questo siamo spesso sul territorio insieme ai nostri agenti, gestiamo direttamente una boutique monomarca a Monaco di Baviera e il nostro negozio online e coltiviamo rapporti consolidati con i rivenditori partner. Tutto questo ci permette di intercettare esigenze, suggerimenti e richieste, arrivando in alcuni casi persino ad anticiparle.
Questo aggiornamento costante si traduce anche in formazione?
Simona – Assolutamente sì. Già il fatto di affiancare al nostro ufficio stile interno collaborazioni esterne e freelance rappresenta un’importante fonte di stimoli e di nuove idee. Abbiamo sempre cercato di mantenere un atteggiamento aperto e disponibile a metterci in discussione. Partecipiamo a convegni, incontri di settore e alle anteprime delle tendenze organizzate da Assocalzaturifici. Per noi la formazione e l’aggiornamento continuo non riguardano soltanto la proprietà o il management, ma coinvolgono anche i collaboratori. Sono aspetti sui quali continuiamo a investire con convinzione.
Immagino non sia semplice trasmettere competenze così specifiche alle nuove generazioni. Molte aziende manifatturiere faticano ad attrarre giovani talenti. Riscontrate anche voi questa difficoltà?
Andrea – È un tema estremamente delicato e riguarda gran parte della manifattura italiana. Nel nostro lavoro esistono competenze che non possono essere apprese esclusivamente dai libri o attraverso la tecnologia. La pelle, ad esempio, bisogna saperla osservare, toccare, interpretare. Occorre capire come utilizzarla al meglio e come valorizzarne ogni caratteristica. Mi piace ricordare anche un aspetto spesso poco considerato: noi lavoriamo una materia prima che deriva da uno scarto della filiera alimentare. Le pelli vengono recuperate e trasformate grazie a una filiera di eccellenza che trova nel distretto toscano alcune delle migliori concerie al mondo. Il primo passaggio fondamentale è quello del taglio. Può sembrare un’operazione semplice, ma richiede esperienza, sensibilità e capacità di valutazione. Da quella scelta dipende gran parte della qualità del prodotto finale. È un po’ come assemblare un orologio: la componente umana resta insostituibile. Purtroppo, oggi è sempre più difficile trovare giovani disposti a intraprendere professioni che richiedono una forte componente manuale. Per questo investiamo molto nella formazione interna, affiancando i nuovi ingressi alle persone che hanno trascorso in azienda quarant’anni o più. Alcuni continuano a collaborare con noi anche dopo il pensionamento proprio per trasmettere competenze, valori e cultura del lavoro alle nuove generazioni.
Simona – Spesso i giovani percepiscono il lavoro manifatturiero come meno attrattivo o meno prestigioso rispetto ad altre professioni. Eppure, in una realtà come la nostra, la sensibilità personale e il contributo individuale fanno davvero la differenza.
Paolo – A volte c’è anche l’idea che questi mestieri offrano meno riconoscimento sociale. In realtà la qualità di ciò che realizziamo dipende proprio dalle persone e dalle loro capacità.
Simona – Oggi, poi, ci troviamo in una situazione particolare. Nel nostro territorio il comparto calzaturiero si è progressivamente ridotto e, di conseguenza, è venuta meno anche una parte importante della formazione specialistica. I principali poli formativi del settore si trovano oggi soprattutto in Veneto e in Toscana.
Andrea – Per questo dobbiamo costruire internamente gran parte delle competenze di cui abbiamo bisogno, affidandoci all’esperienza delle persone che lavorano con noi da tanti anni.
Simona – Da tempo, inoltre, siamo un’azienda multiculturale e multietnica. Negli anni abbiamo accolto persone provenienti da Paesi e culture differenti e questo rappresenta una ricchezza importante, sia dal punto di vista umano sia da quello professionale.
Prima parlavamo della boutique monomarca: mi volete raccontare come è nata questa scelta? E perché proprio all’estero?
Simona – Per rispondere bisogna fare un passo indietro e tornare al 2006, quando abbiamo iniziato a ripensare la nostra presenza sul mercato tedesco, che all’epoca rappresentava il principale mercato di riferimento per l’azienda. Sentivamo l’esigenza di essere più presenti sul territorio e di individuare una formula che ci consentisse di seguire quel mercato in maniera più diretta. Il primo passo è stato l’apertura di uno showroom permanente a Monaco di Baviera, una città cosmopolita, internazionale e per certi aspetti molto vicina alla sensibilità italiana. Inoltre, lo showroom si trovava all’interno di un centro espositivo permanente che ospitava una fiera regionale di settore particolarmente importante per noi. L’esperienza si è rivelata positiva fin dall’inizio e, con il tempo, abbiamo iniziato a valutare l’apertura di una boutique monomarca. Non volevamo però affrettare le decisioni: abbiamo cercato con attenzione una posizione che fosse realmente rappresentativa del nostro marchio e della nostra identità. Nel frattempo, il mercato tedesco continuava a distinguersi per una certa tradizionalità e, rispetto ad altri Paesi, recepiva con maggiore cautela le novità stilistiche e le innovazioni che noi stavamo introducendo nelle collezioni. Sentivamo quindi la necessità di avere uno spazio in cui poter raccontare e presentare il nostro prodotto senza compromessi, esprimendo pienamente la nostra visione. Quando finalmente abbiamo individuato la location giusta e aperto il punto vendita, le vetrine sono diventate una sorta di ambasciata del marchio. È accaduto un fenomeno interessante: alcuni rivenditori che negli anni avevano smesso di acquistare le nostre collezioni hanno ricominciato a farlo. La boutique ha contribuito a rafforzare la nostra presenza sul territorio e ci ha permesso di rientrare in punti vendita dai quali eravamo usciti.
Possiamo quindi dire che l’obiettivo è stato raggiunto.
Simona – Assolutamente si! La boutique, inaugurata nel 2014, continua ancora oggi a rappresentare un importante biglietto da visita e a regalarci soddisfazioni. A questa esperienza si è aggiunta negli anni la boutique online, avviata poco prima della pandemia. Col senno di poi, il tempismo si è rivelato perfetto. Oggi i due canali si alimentano reciprocamente, generando informazioni, idee e stimoli preziosi e consentendoci di mantenere un rapporto ancora più diretto con le clienti. Capita di occuparmi personalmente anche del customer service e considero questa attività molto utile. A volte può essere impegnativa, perché richiede attenzione e capacità di ascolto, ma offre continuamente spunti di riflessione e opportunità di miglioramento.
Avete notato un cambiamento nell’atteggiamento della consumatrice negli ultimi anni?
Simona – Direi che alcuni comportamenti si sono consolidati nel tempo. Per esempio, la consumatrice francese che acquista online continua a essere particolarmente attenta al prezzo e tende a concentrare gli acquisti durante i periodi di saldi. Un dato interessante riguarda invece la distribuzione geografica delle vendite online. I Paesi nei quali registriamo i migliori risultati sono spesso gli stessi in cui disponiamo della rete di rivenditori più sviluppata. Questo conferma che la calzatura non è un prodotto semplice da vendere online: la conoscenza del marchio e l’esperienza diretta del prodotto continuano ad avere un ruolo fondamentale. Per questo cerchiamo di offrire un servizio il più possibile personalizzato, quasi sartoriale. Vogliamo che chi acquista online riceva la stessa attenzione che troverebbe entrando in un negozio fisico. È però evidente e innegabile che la consumatrice sia diventata molto più esigente. Chi acquista oggi si aspetta un servizio accurato, rapido e altamente professionale. Allo stesso tempo è più preparata e più critica. È una sfida che affrontiamo quotidianamente, cercando di essere efficaci non solo nella vendita ma anche nel post-vendita.

La boutique online richiede quindi una gestione importante rispetto a quanto si potrebbe immaginare?
Simona – Assolutamente sì. Va curata esattamente come un negozio fisico. Se non si entra in quest’ottica, difficilmente può funzionare. Inoltre, deve essere sostenuta da una comunicazione costante e coerente. Oggi il modo di fare promozione è profondamente cambiato rispetto al passato. Anche noi abbiamo attraversato una fase in cui abbiamo sperimentato attività di influencer marketing; oggi preferiamo iniziative più mirate e selettive. L’importante è continuare a comunicare e a mantenere viva la relazione con il cliente.
Paolo – Io ho avuto la fortuna di vivere molto da vicino questa evoluzione. Una parte importante della mia formazione si è svolta proprio all’interno del negozio fisico. Ho sempre pensato che fosse uno dei modi migliori per imparare il mestiere, soprattutto dal punto di vista commerciale. La prima esperienza l’ho fatta a diciotto anni, durante un anno sabbatico. Successivamente, quando ho deciso di intraprendere concretamente questo percorso professionale, ho iniziato a lavorare nel nostro negozio.
Cosa hai imparato da queste esperienze?
Paolo – Ho imparato a osservare. Osservando la clientela tra il 2019 e il 2025 ho notato un cambiamento molto evidente: oggi la consumatrice arriva spesso con le idee chiarissime. Sa già che cosa desidera e si aspetta di trovare esattamente quel prodotto. Siamo continuamente esposti a stimoli, immagini e tendenze provenienti dai social e dai media digitali. Questo porta le persone ad arrivare in negozio con aspettative molto precise. Per chi vende, non riuscire a soddisfare quella richiesta può essere frustrante. Allo stesso tempo, però, è uno stimolo costante a comprendere quali saranno le esigenze future del mercato e a immaginare già oggi ciò che le clienti cercheranno tra sei mesi o un anno.
Simona – Condivido questa osservazione. Oggi noto anche una minore disponibilità ad accettare l’attesa. Se un prodotto non è immediatamente disponibile, il cliente tende a viverlo con maggiore difficoltà. L’idea stessa di aspettare è diventata molto più difficile da accettare rispetto al passato.
Paolo – In alcuni casi sembra quasi venir meno il desiderio di cercare qualcosa di personale e distintivo. Spesso i gusti vengono influenzati da ciò che vediamo e dalle tendenze del momento. È un cambiamento che riguarda tutti noi e che inevitabilmente influenza anche il modo di progettare e proporre le collezioni.
Quanto è importante il legame con il territorio comasco nella costruzione dell’identità della vostra azienda?
Paolo – Negli ultimi anni il Lago di Como e tutto il territorio hanno vissuto una crescita di visibilità molto importante. Durante alcune esperienze all’estero, in particolare a Monaco, mi è capitato di vedere con mio papà Andrea prodotti che riportavano la scritta “Lake Como” e questo mi ha fatto riflettere su quanto, a volte, il territorio venga utilizzato più come immagine evocativa che come reale contenuto. Da comasco, e dopo anni trascorsi anche fuori dall’Italia, ho sentito sempre più forte il senso di appartenenza a questo luogo. È una consapevolezza che nel tempo mi ha riportato qui e che oggi mi spinge a voler raccontare il territorio in modo autentico, non solo come elemento estetico o commerciale. Per questo abbiamo deciso di sviluppare per la prossima stagione estiva una piccola collezione ispirata proprio al Lago di Como. L’idea è quella di unire l’autenticità di un’azienda che da cento anni vive e lavora su questo territorio con lo stile distintivo delle nostre calzature. L’obiettivo non è semplicemente “usare” il territorio, ma raccontarlo, trasmettendo un senso di appartenenza reale, fatto di radici, cultura e identità.

Si può anticipare qualcosa su questa collezione?
Paolo – Posso dire qualcosa?
Simona – Possiamo solo dire che sarà una collezione molto curata, studiata nei dettagli e sviluppata con grande attenzione. Sarà un progetto che cercherà di restituire, attraverso le scelte stilistiche e cromatiche, l’idea stessa del luogo: il paesaggio, le atmosfere e il senso di appartenenza che il Lago di Como rappresenta.
Cosa significa oggi produrre interamente in Italia e quali vantaggi competitivi offre sui mercati internazionali?
Andrea – La nostra è una produzione fatta di piccolissime serie. In alcuni casi arriviamo a realizzare anche solo 120 paia per modello a livello mondiale. Questo ci permette di mantenere un alto livello di esclusività.
Paolo – Il vantaggio è che il cliente, in fiera o in fase di ordine, può personalizzare il prodotto nei dettagli: scegliere il colore del tacco, della tomaia, delle cuciture. In questo modo ogni rivenditore può costruire una sorta di “limited edition” dedicata al proprio mercato.
Andrea – Questa flessibilità è qualcosa che una produzione delocalizzata difficilmente riesce a garantire. È uno degli elementi che più caratterizzano il nostro modello.
Simona – È vero, anche se non è un percorso privo di difficoltà. Il ridimensionamento del distretto calzaturiero comasco ha avuto un impatto importante sulla filiera. Oggi però abbiamo la fortuna di lavorare con fornitori che, nella maggior parte dei casi, si trovano a pochissima distanza da noi.
Andrea – E questo, aggiungo, questo ci permette di mantenere una filiera molto corta, che rappresenta anche un vantaggio in termini di sostenibilità. Non lavoriamo a chilometro zero in senso assoluto, ma quasi: potremmo dire a chilometro quindici! Inoltre, non bisogna dimenticare che utilizziamo una materia prima che deriva da uno scarto dell’industria alimentare. Anche questo contribuisce a definire il nostro approccio produttivo.
Simona – È un insieme di caratteristiche che spesso non valorizziamo abbastanza, ma che in realtà rappresentano un elemento distintivo importante della nostra identità industriale.
Quali saranno le principali sfide del settore calzaturiero nei prossimi dieci anni? Cosa vi aspettate dal mercato?
Andrea – Le sfide che abbiamo davanti sono inevitabilmente legate al contesto geopolitico, che oggi appare particolarmente complesso e instabile. Ci auguriamo prima di tutto che questo scenario non peggiori ulteriormente, perché sarebbe già una condizione necessaria per poter lavorare con maggiore serenità. Negli ultimi anni, a partire dalla pandemia, abbiamo assistito alla chiusura o alla forte limitazione di mercati che erano fondamentali per il Made in Italy. La guerra tra Russia e Ucraina ha di fatto bloccato intere aree commerciali, che per noi rappresentavano sbocchi importanti e consolidati. Anche il Medio Oriente ha attraversato fasi di forte instabilità, e negli Stati Uniti le dinamiche legate a dazi e svalutazione del dollaro hanno reso il nostro prodotto molto più costoso, con un impatto significativo sulla competitività. Stiamo vivendo in uno scenario complesso, che richiede grande attenzione e capacità di adattamento.
Simona – È proprio così: lo scenario è estremamente sfidante. In questi momenti però la solidità e l’esperienza diventano fondamentali. Sono elementi che ci permettono di mantenere lucidità anche quando la programmazione è più difficile. Oggi più che mai è importante concentrarsi su ciò che sappiamo fare meglio, mantenendo controllo, coerenza e visione. Poi sarà il mercato a evolvere e speriamo naturalmente in segnali più positivi nei prossimi anni.
Che cosa vi danno le fiere di settore?
Simona – Nonostante abbiamo una rete commerciale consolidata, con agenti presenti nei mercati più strategici, le fiere di settore, e in particolare il MICAM, che si svolge due volte l’anno, restano per noi un momento imprescindibile. È lì che incontriamo clienti che arrivano da mercati nei quali non abbiamo una presenza strutturata e che utilizzano la fiera come occasione di scouting e confronto. È un momento fondamentale di ascolto reciproco: arrivano clienti storici, ma anche nuovi operatori che vogliono toccare con mano le collezioni, confrontare proposte diverse e prendere decisioni di acquisto più consapevoli. Per noi le fiere sono ancora oggi uno spazio privilegiato di relazione, confronto e comprensione del mercato.
Qual è l’aspetto che vi augurate resti invariato nei prossimi anni?
Paolo – Credo che alcuni elementi del nostro modo di lavorare siano rimasti immutati in questi cento anni e debbano continuare a esserlo anche in futuro. Mi riferisco soprattutto alla mentalità: il rispetto per il lavoro, per le persone e per la storia dell’azienda. In questi anni abbiamo anche festeggiato un traguardo importante: un collaboratore che ha raggiunto i 51 anni di presenza in azienda. Questo dice molto su cosa significhi, per noi, il rapporto tra persone e impresa. Le persone sono l’azienda, e questo non deve cambiare.
Avete avuto difficoltà nei passaggi generazionali?
Simona – È un tema complesso, potremmo parlare per ore! Come in tutte le imprese familiari, i passaggi generazionali rappresentano momenti delicati. Se però vengono affrontati con apertura e disponibilità reciproca, possono diventare anche occasioni di crescita, sia per chi trasmette esperienza sia per chi la riceve. L’importante è mantenere un atteggiamento curioso, disposto a imparare anche dagli errori. È vero che si tratta di fasi inevitabilmente critiche, perché cambiano sensibilità e approcci, ma nella nostra esperienza i conflitti, quando ci sono stati, sono stati gestiti in modo costruttivo.
Paolo, da quanto tempo lavori in azienda?
Paolo – In Italia sono entrato stabilmente in azienda nel dicembre 2025, mentre il mio percorso all’interno di Calzaturificio Brunate è iniziato già nel 2024 in Germania, dove ho avuto l’opportunità di conoscere da vicino il mercato e la nostra organizzazione commerciale.
E hai già introdotto una novità…
Paolo – È un progetto che sto portando avanti personalmente e che rappresenta bene il modo in cui immagino il mio ingresso in azienda. C’è una frase che mi piace molto: “Siamo nani su spalle di giganti”. Credo descriva perfettamente ciò che significa entrare oggi in una realtà come Brunate. Tutto ciò che abbiamo a disposizione, dalle competenze alla reputazione costruita nel tempo, è il risultato del lavoro, dei sacrifici e delle scelte compiute da chi ci ha preceduto. Per questo sento una grande responsabilità: conoscere questa storia, rispettarla e comprenderla fino in fondo. Allo stesso tempo, però, ogni nuova generazione ha il compito di portare idee e prospettive diverse. Quello che mi ha colpito maggiormente è la disponibilità con cui la famiglia e l’azienda hanno accolto questa nuova sfida. Credo che il vero valore stia proprio nella collaborazione tra generazioni, perché nessuno costruisce il futuro da solo.
Andrea, è contento dell’ingresso di Paolo in azienda?
Andrea – Certamente. Per noi significa continuità. Quando un’azienda familiare raggiunge il traguardo dei cento anni, vedere una nuova generazione che decide di raccogliere il testimone è motivo di soddisfazione e di speranza. Ci auguriamo che la storia possa continuare ancora a lungo.

Un consiglio che dareste ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro?
Simona – È impossibile rispondere a questa domanda senza tornare ancora una volta alla zia Letizia e al suo celebre “non mollare”, che ormai è diventato quasi un mantra per tutta l’azienda. C’è un episodio che racconta molto bene la sua storia e il suo modo di vedere il lavoro. Quando suo padre si ammalò gravemente e capì che il suo tempo stava finendo, la chiamò accanto a sé. Letizia era la maggiore di sette fratelli e ci si sarebbe potuti aspettare che le affidasse il compito di occuparsi della famiglia. Invece le disse semplicemente: “Ti raccomando la fabbrica”. Può sembrare una frase dura, ma in realtà racchiudeva una straordinaria visione. Sapeva che, mantenendo viva l’azienda, avrebbe garantito un futuro non solo alla propria famiglia, ma anche a tutte le famiglie che da quell’attività traevano sostentamento. Quell’insegnamento ha accompagnato la zia per tutta la vita. Ancora oggi, a 105 anni, sostiene che rifarebbe esattamente tutto ciò che ha fatto. Naturalmente i tempi sono cambiati. Oggi si parla giustamente di equilibrio tra vita privata e lavoro e nessuno penserebbe di suggerire ai giovani di sacrificare ogni cosa per l’attività professionale. Nemmeno lei lo farebbe. Credo però che il messaggio che continuerebbe a trasmettere sia un altro: studiare, impegnarsi, fare del proprio meglio e cercare di diventare il più possibile competenti in ciò che si sceglie di fare. C’è poi un dettaglio che racconta molto bene anche lo spirito con cui nacque l’azienda. Il nome Brunate, come raccontato prima da Andrea, non fu scelto soltanto perché identificava una località del territorio. All’epoca Brunate era considerata una sorta di “balcone d’Europa”, un luogo da cui osservare l’orizzonte e guardare lontano. In qualche modo era già un manifesto aspirazionale. Il consiglio che la zia Letizia darebbe oggi ai giovani è proprio questo: non abbiate paura dell’impegno, guardate lontano e affrontate il vostro percorso con passione e determinazione. Lei lo ha fatto per tutta la vita e continua ancora oggi a considerarlo uno dei motivi della sua felicità.
*Foto di Paolo Volonté
A cura di Caterina Malacrida
