Dieci anni fa, Alec Ross era andato nel futuro ed era tornato per raccontarcelo. Nel 2016, infatti, usciva il suo primo libro, “Il nostro futuro”, nel quale il docente universitario americano, esperto in tecnologia ed ex consigliere del dipartimento di Stato per l’innovazione con Hillary Clinton, aveva descritto, con affascinante visione, il futuro che ci avrebbe atteso, fatto di robot (che oggi chiamiamo AI) che avrebbero cominciato a sostituire l’uomo anche nelle professioni intellettuali, di big data e di aziende, a noi allora sconosciute, che li analizzano come la Palantir di Alex Karp e Peter Thiel, di tecnofilosofi, di città come poli di innovazione e incubatrici di crescita. E via dicendo, innovazione dopo innovazione. Forse non aveva previsto la pandemia e l’escalation di guerre che si sono succedute, ma sicuramente non usò mezzi termini, proprio nell’intervista che ci concesse qualche tempo dopo l’uscita del suo libro, nel cogliere l’essenza di Trump, che ai tempi era ancora al primo mandato: “Trump è la bestia, è un incubo”, disse in perfetto italiano quando ancora rilasciava interviste solo in inglese. Quel libro e quell’intervista sembrano scritti oggi, tale è la visione del prof. Ross che ora insegna anche alla Business School dell’Università di Bologna. Dopo altri libri all’attivo, come “I furiosi anni venti”, l’ultimo di Alec Ross, uscito per Feltrinelli lo scorso maggio e ristampato più volte, è dedicato all’Italia. Un libro che è un atto d’amore per il paese che ha dato i natali ai suoi avi, dove ha scelto di vivere con la sua famiglia e lavorare per buona parte dell’anno. E, il nostro Paese questo atto d’amore lo sta ricambiando: da quando il libro è uscito è il secondo saggio più venduto in Italia, con grande continuità dietro Magnifica Humanitas del Papa, ma davanti al libro di Mario Draghi. Una compagnia, ci confessa a fine intervista Alec Ross, di cui, giustamente, va molto orgoglioso. 
Prof. Ross, lei parte da un’evidenza: non esiste un Italian Dream. Perché all’Italia, a differenza degli Stati Uniti, ma anche di Cina, India o Francia accade questo?
Quando parlo dell’assenza di un Italian Dream non intendo dire che all’Italia manchi un’identità. Al contrario, ne ha una fortissima. Manca però una narrazione condivisa del futuro e dei piani di lungo termine. L’American Dream, pur con tutti i suoi limiti, ha offerto per duecento anni un’idea semplice: la prossima generazione vivrà meglio della precedente. Cina e India hanno costruito racconti nazionali orientati alla crescita; la Francia coltiva da secoli un forte senso della propria missione repubblicana. L’Italia, invece, tende a rifugiarsi nella memoria. Celebra il Rinascimento, il Made in Italy, la bellezza del passato, ma fatica a immaginare il Paese che vuole diventare tra vent’anni. Non è un problema di talento, che abbonda, ma di immaginazione collettiva. Il futuro non nasce da solo: va progettato. E questo è precisamente l’obiettivo del libro.
E, per questo, nel suo libro sottolinea che tanti giovani italiani si sono sentiti frustrati nel corso degli anni.
La frustrazione di molti giovani italiani non nasce dalla mancanza di capacità, ma dalla sensazione che il merito non basti. Quando una società appare bloccata, quando conta più chi conosci di ciò che sai fare, il messaggio implicito è che impegnarsi serve fino a un certo punto. È una percezione pericolosa, perché spinge molti dei migliori a cercare altrove le opportunità che non vedono in casa. Eppure l’Italia continua a formare persone straordinarie. Il problema non è produrre talento, ma trattenerlo e metterlo nelle condizioni di crescere. Per questo nel libro non invito i giovani semplicemente a restare o ad andarsene. Li invito a costruire opportunità. E invito il Paese a diventare un luogo dove il talento incontra finalmente occasioni all’altezza delle proprie ambizioni.
Da questa evidente mancanza, lei vede una possibilità: senza un copione nazionale rigido c’è più spazio per scrivere un sogno nuovo, un vero e proprio Italian Dream. Quale potrebbe essere?
Proprio perché non esiste un copione già scritto, l’Italia ha una libertà che molti altri Paesi non hanno. Non deve copiare il modello americano né quello cinese. Può costruire un sogno coerente con la propria storia e con i propri punti di forza. Per me l’Italian Dream è un Paese che misura il successo non solo con il PIL, ma con la qualità della vita, la creatività, la capacità di innovare senza rinunciare alla propria umanità. È un’Italia che investe nella conoscenza, che trasforma la manifattura con l’intelligenza artificiale, che valorizza il territorio e il capitale umano. Non è un sogno nostalgico, ma profondamente contemporaneo. Non propone un ritorno al passato: propone di riprendersi il futuro, facendo dell’identità italiana un vantaggio competitivo anziché un freno al cambiamento.
La struttura del libro è molto originale, finanche provocatoria: un viaggio in otto capitoli che raccontano altrettante contrapposizioni che lei chiama dualismi, che definiscono il nostro Paese. Sono un limite o un’opportunità?
Sono entrambe le cose. I dualismi esistono e sarebbe ingenuo negarli. Innovazione e tradizione, giovane e vecchio, fiducia e sfiducia, forma e sostanza convivono continuamente nella società italiana. La domanda non è come eliminarli, ma come gestirli. Negli Stati Uniti spesso prevale la logica dell’aut aut: scegliere una strada ed escludere l’altra. L’Italia, invece, possiede una straordinaria capacità di tenere insieme gli opposti. Quando questa capacità diventa equilibrio, produce eccellenza. Quando diventa immobilismo, genera paralisi. Per questo considero i dualismi una risorsa, non una condanna. Il futuro dell’Italia dipenderà dalla capacità di trasformare queste tensioni in energia creativa, evitando che si trasformino in conflitto permanente o in alibi per non decidere.
Un blocco che ci differenzia da molte altre culture, in particolare da quella americana, è la paura di sbagliare, di fallire. Da cosa dipende questa differenza e da dove bisogna partire per cambiare prospettiva?
Negli Stati Uniti, in Cina, in India, in Australia, nei Paesi del Sud America e in tanti altri Paesi il fallimento è spesso considerato un passaggio dell’apprendimento; in Italia viene ancora vissuto come un marchio personale. È una differenza culturale profonda, alimentata da un sistema sociale che tende a giudicare più che a incoraggiare. Ma nessuna innovazione nasce senza errori. Se puniamo ogni tentativo, finiamo per premiare soltanto l’immobilità. Cambiare mentalità non significa glorificare il fallimento, bensì riconoscere il valore dell’esperienza accumulata. Dobbiamo insegnare ai giovani che sbagliare è accettabile, purché si impari rapidamente e si continui a migliorare. Una società che elimina la paura di tentare diventa più dinamica, più imprenditoriale e anche più resiliente. La fiducia cresce quando le persone sanno che un errore non definisce il loro destino. 
Parlando di innovazione e tradizione, molti sostengono che bisognerebbe ricreare la Silicon Valley anche in Italia. Lei, però, è contrario. Perché e come bisognerebbe intervenire, invece?
Ogni Paese che ha cercato di costruire una copia della Silicon Valley ha fallito. La Silicon Valley è il prodotto di condizioni storiche, culturali e finanziarie irripetibili. L’Italia commetterebbe un errore se cercasse di imitare un modello pensato per un altro contesto. La sua forza è diversa. L’Italia eccelle quando unisce tecnologia e manifattura, intelligenza artificiale e artigianalità, ricerca scientifica e design. Nel libro parlo dell’economia fisica: robotica, meccanica avanzata, biomedicale, agritech, materiali innovativi. È lì che l’Italia può diventare un punto di riferimento mondiale. Non serve copiare la California. Serve costruire un modello italiano dell’innovazione, fondato sulle competenze, sui territori, sulle imprese e sulla straordinaria capacità di trasformare idee in prodotti di qualità.
Gli ultimi due capitoli, rispettivamente “fiducia e sfiducia” e “ottimismo e pessimismo”, sono due facce della stessa medaglia. Come si può fare un’iniezione di fiducia e ottimismo?
La fiducia non nasce dagli slogan, ma dai risultati. Ogni volta che un giovane trova un lavoro grazie al merito, ogni volta che un’impresa innova con successo, ogni volta che un’amministrazione pubblica funziona bene, la fiducia cresce. L’ottimismo, poi, non è ingenuità. È una scelta razionale. Nel libro scrivo che solo gli ottimisti cambiano il mondo, perché solo loro investono tempo, energie e risorse per migliorarlo. I pessimisti possono avere ragione più spesso nelle previsioni, ma raramente costruiscono qualcosa. L’Italia ha bisogno di un ottimismo fondato sulla realtà: riconoscere i problemi senza trasformarli in identità nazionale. Criticare è utile. Credere che il cambiamento sia possibile è indispensabile. La fiducia è il capitale invisibile che rende possibili tutti gli altri investimenti.
Ora, visto che non possiamo spoilerare tutto il libro, andiamo consapevolmente off topic: quando ci vedemmo sette anni fa, a Villa d’Este, lei definì Trump “la bestia”. Vedendo quanto sta accadendo nel secondo mandato, rivedrebbe il suo giudizio?
Non credo che i fatti mi abbiano portato a rivedere quel giudizio. Donald Trump rimane una figura politica di straordinaria forza comunicativa e di enorme capacità di mobilitare consenso dal suo zoccolo duro, ma continua a rappresentare una concezione di leadership che considero divisiva. Detto questo, il mio interesse non è alimentare tifoserie. Ho lavorato nell’amministrazione Obama e ho sempre creduto che la politica debba essere valutata anche sui risultati, non solo sulle intenzioni. Oggi più che mai servono istituzioni solide, alleanze affidabili e una visione di lungo periodo. L’Italia, in questo contesto internazionale così instabile, deve avere la lucidità di difendere i propri interessi senza farsi trascinare nelle polarizzazioni della politica americana. È questo il punto che considero davvero importante.
L’ultima domanda la riserviamo ai giovani, magari ai giovani italiani: che consiglio si sente di dare loro?
Direi loro di non aspettare il permesso di qualcuno per costruire il proprio futuro. Investite nell’apprendimento, perché la conoscenza è l’unico patrimonio che nessuno può portarvi via. Imparate le lingue, viaggiate, confrontatevi con il mondo, ma non cadete nell’errore di pensare che tutto ciò che è straniero sia migliore di ciò che è italiano. L’Italia ha bisogno di giovani curiosi, ambiziosi e disposti ad assumersi responsabilità. Non prometto che sarà facile. Ma ricordo una frase che accompagna tutto il libro: non esiste la fortuna; esiste il momento in cui il talento e la fatica incontrano l’occasione. Il vostro compito è coltivare il talento ogni giorno. Il compito del Paese è creare più occasioni. Quando queste due cose si incontrano, il futuro cambia davvero.
A cura di Stefano Rudilosso
