L’ENERGIA CHE SERVE ALL’INDUSTRIA: INTERVISTA AD AURELIO REGINA

Per molte imprese italiane il prezzo dell’energia rappresenta ormai una variabile capace di incidere direttamente sulle decisioni di produzione, sugli investimenti e, nei casi più esposti, sulla stessa possibilità di continuare a competere sui mercati internazionali. È una preoccupazione che attraversa il manifatturiero e che assume un peso particolare nei territori ad alta vocazione industriale, come quello comasco, dove nelle filiere storiche come il tessile sono numerose le imprese energivore che si trovano margini azzerati e scarsa luce in fondo a un tunnel che sembra sempre più lungo e buio. Il problema non riguarda soltanto il livello raggiunto dai prezzi. È soprattutto il differenziale che continua a separare l’Italia da alcuni dei suoi principali concorrenti europei e che rischia di trasformarsi in uno svantaggio strutturale per la nostra industria. Un tema che Confindustria, e in particolare il vicepresidente per l’Energia, il Cavaliere del lavoro Aurelio Regina, ha posto da tempo al centro del confronto con Governo e istituzioni europee: perché la transizione energetica non può tradursi in una perdita di competitività dell’apparato produttivo europeo e, tanto meno, italiano. Oggi, tuttavia, il tempo delle sole prospettive di medio e lungo periodo non sembra più sufficiente. Le imprese chiedono risposte che possano produrre effetti nell’immediato, mentre il quadro energetico continua a essere esposto a tensioni geopolitiche, volatilità delle materie prime e costi che possono rapidamente trasferirsi sull’elettricità. Non a caso Regina ha richiamato nelle ultime settimane l’urgenza di rendere operative le misure previste dal Decreto Bollette, di intervenire sul sistema ETS e di utilizzare con grande rapidità e razionalità i 14 miliardi di flessibilità di bilancio disponibili per l’energia. Ma l’emergenza non può far perdere di vista la prospettiva. La partita decisiva si gioca infatti sulla capacità dell’Italia di costruire un mix energetico più equilibrato, sicuro e competitivo: accelerare lo sviluppo delle rinnovabili e dell’autoproduzione, rendere effettivamente accessibili alle imprese strumenti come l’Energy Release e i PPA, intervenire sui meccanismi che oggi gravano sul prezzo dell’energia e, parallelamente, preparare il ritorno del nucleare nel mix nazionale. Proprio sul nucleare Confindustria ha recentemente ribadito la necessità di considerarlo una componente strategica per rafforzare sicurezza energetica, indipendenza e competitività industriale. È una sfida che riguarda certamente le grandi imprese energivore, ma non può essere confinata a esse. La competitività del sistema produttivo passa anche dalla possibilità per le PMI di accedere a energia a condizioni sostenibili, di investire nell’efficienza e nell’autoproduzione e di non essere escluse dai benefici degli strumenti messi in campo dalla politica industriale. E proprio qui si incontra la dimensione nazionale con quella territoriale. Perché una politica energetica efficace non si misura soltanto nelle norme approvate, ma nella capacità di trasformare rapidamente quelle decisioni in investimenti, infrastrutture e opportunità per le imprese. Anche su questo fronte Confindustria sta chiedendo di accelerare: non soltanto attraverso le grandi scelte nazionali, ma individuando nei territori gli ostacoli che ancora rallentano la realizzazione degli impianti e delle nuove infrastrutture energetiche. In questa fase, dunque, la domanda non è soltanto come affrontare il prossimo inverno. È quale industria vogliamo mettere nelle condizioni di affrontare i prossimi dieci anni. E soprattutto se l’Italia riuscirà a trasformare quella che oggi appare come una delle sue principali vulnerabilità in un’occasione per ridisegnare il proprio sistema energetico e rafforzare, insieme, autonomia, sostenibilità e competitività. Di questo parliamo con il Cavaliere del lavoro Aurelio Regina, Vicepresidente per l’Energia di Confindustria, chiamato a delineare le priorità immediate e, soprattutto, la strategia che il sistema industriale italiano ritiene necessaria per tornare ad avere un’energia compatibile con la crescita manifatturiera ed eliminare così una delle preoccupazioni principali degli imprenditori italiani.

Le imprese stanno già riducendo la produzione. Quali misure immediate — dalla compensazione degli oneri ETS alla riduzione degli oneri di sistema, fino all’utilizzo delle risorse del gas di sicurezza — ritiene prioritarie per evitare che l’attuale livello dei prezzi si traduca in nuove riduzioni produttive o, nei casi più critici, in chiusure prima dell’inverno?

L’urgenza è intervenire immediatamente sui costi energetici attraverso cinque priorità. A settembre 2026 il prezzo elettrico italiano ha toccato 210 €/MWh, contro 145 €/MWh nei principali mercati europei. Nel 2025 la bolletta media delle imprese italiane è stata di 262,5 €/MWh, il 51% in più della Francia e il 63% della Spagna. Occorre innanzitutto utilizzare il miliardo di euro residuo dalla vendita del gas di sicurezza, che ha generato complessivamente 1,2 miliardi, di cui 200 milioni destinati al servizio di liquidità, per ridurre gli oneri gas industriali. È possibile superare le criticità legate agli aiuti di Stato concentrando la misura sui settori gasivori. A questo si aggiunge la necessità di sviluppare una misura funzionale alla restituzione alle imprese dell’extragettito IVA generato dai rialzi: stimiamo che questi due interventi possano portare a una riduzione delle bollette gas industriali di circa 20 €/MWh nel prossimo inverno. Serve poi incrementare da 600 a 800-900 milioni di euro il Fondo per la compensazione dei costi indiretti ETS, utilizzando i proventi delle aste CO₂. Bene l’ampliamento della platea dei beneficiari ma senza maggiori risorse si ridurrebbe il rimborso dall’attuale 67% al 50-55%. È inoltre necessario attuare rapidamente l’articolo 6 del DL Bollette, per ridurre il prezzo elettrico, valutando sugli oneri elettrici anche la cartolarizzazione delle componenti a copertura degli incentivi storici alle rinnovabili. Infine, va rinnovato l’interconnector, che in questi anni difficili ha permesso di mantenere competitive le nostre imprese super energivore, che si sono impegnate nello sviluppo di reti con altri Paesi a fronte dell’anticipo degli effetti attesi da queste infrastrutture.

Come dovrebbero essere utilizzati i 14 miliardi di flessibilità di bilancio destinati all’energia? Rinnovo dell’Energy Release, tecnologie mature, rinnovabili e nucleare: quale equilibrio propone Confindustria? E soprattutto, come fare in modo che queste risorse producano benefici anche per le PMI e per le imprese non energivore?

I 14 miliardi di flessibilità devono finanziare investimenti aggiuntivi capaci di ridurre strutturalmente la dipendenza energetica e i costi industriali. Per il periodo 2026-2028, a nostro avviso, le risorse andrebbero destinate a reti elettriche e accumuli (4 miliardi); a biometano, cattura e stoccaggio della CO₂ e biocarburanti (4,85 miliardi); a efficienza energetica e calore rinnovabile, cogenerazione ed elettrificazione industriale (3,15 miliardi); 1 miliardo per PPA e autoproduzione rinnovabile industriale e fino a 1 miliardo per ricerca, sviluppo e qualificazione della filiera nucleare SMR e AMR. Parallelamente chiediamo di rinnovare l’Energy Release, che oggi consente alle imprese energivore di coprire fino a un terzo dei consumi a 65 €/MWh, con un nuovo meccanismo di cofinanziamento di rinnovabili e accumuli e contratti per differenza a due vie nel periodo 2028-2030. Per le PMI proponiamo procedure semplificate, garanzie, investimenti aggregati e una finestra specifica nel programma da 2,5 miliardi per l’efficienza energetica. È determinante che le risorse generino investimenti effettivi, e non sostituiscano finanziamenti già programmati.

Lei e il Presidente Orsini avete chiesto di accelerare lo sblocco delle autorizzazioni per le rinnovabili. Come dovrebbe funzionare concretamente il commissariamento e quali sono, invece, le azioni che le imprese possono mettere in campo già oggi sul fronte dell’autoproduzione, dei PPA e delle comunità energetiche?

Il problema principale è autorizzativo. Infatti, a fine agosto 2026 avevamo circa 88 GW di rinnovabili installati, rispetto ai 131 GW previsti dal PNIEC al 2030, mentre le richieste di connessione superavano i 311 GW. Circa 30 GW di progetti fotovoltaici ed eolici hanno già ottenuto la VIA e attendono l’autorizzazione unica. Confindustria ha presentato un importante pacchetto di misure per sbloccare i procedimenti FER. L’attuale governance concorrente tra Stato e Regioni ha mostrato chiari limiti: servono inoltre criteri paesaggistici nazionali uniformi, coinvolgimento anticipato del Ministero della Cultura e conferenze di servizi uniche per la fase esecutiva. È necessaria una riforma costituzionale che restituisca allo Stato la competenza esclusiva sull’energia. Parallelamente le imprese devono poter accelerare gli investimenti in autoproduzione su coperture e aree industriali, anche con accumuli, e ricorrere maggiormente ai PPA, rafforzando gli strumenti GSE di copertura dei rischi di prezzo, volume e profilo produttivo. Sulle comunità energetiche, l’esperienza ha evidenziato la necessità di rimodulare le risorse e semplificare ulteriormente le procedure operative. Proprio per questo, a maggio in occasione dell’Assemblea Pubblica, alla presenza del Presidente del Consiglio dei ministri, è stato sottoscritto il Protocollo di Intesa tra Confindustria e GSE, per garantire il corretto supporto alle imprese sui principali meccanismi di incentivazione gestiti dal GSE. A tal proposito a breve, inizieremo un Roadshow che coinvolgerà molte Associazioni territoriali del Sistema associativo per presentare tutte le opportunità alle imprese.

Il Decreto Bollette è ancora al centro del confronto con Bruxelles e Confindustria chiede parallelamente una riforma profonda dell’ETS. Quali sono oggi i principali ostacoli all’attuazione delle misure e quali margini ha l’Italia per intervenire subito, senza dover attendere i tempi necessariamente più lunghi di una riforma europea?

I principali ostacoli riguardano oggi la regolazione attuativa e la compatibilità con le norme europee sugli aiuti di Stato. Per l’articolo 6 del DL Bollette, che prevede un rimborso dei costi delle centrali a gas per ridurne le offerte sul mercato elettrico, l’ARERA ha proposto un tetto convenzionale mensile al prezzo del gas, con compensazione della differenza rispetto al prezzo effettivo. Secondo le stime, il beneficio sarebbe di circa 40 €/MWh sul PUN, pari a 12 €/MWh netti in bolletta. Serve ora l’autorizzazione della Commissione europea, con l’obiettivo di avviare il meccanismo dal 1° gennaio 2027, evitando che i relativi costi ricadano sui consumi già coperti da contratti a prezzo fisso, PPA ed Energy Release. Per l’articolo 9, occorre superare le criticità sugli aiuti di Stato per destinare il miliardo del gas di sicurezza ai consumatori industriali gasivori, mentre per l’articolo 10 va completata la regolazione del servizio di liquidità PSV-TTF. Sul fronte ETS, chiediamo una revisione della Market Stability Reserve, limiti alla speculazione finanziaria e il congelamento dei nuovi benchmark delle quote gratuite. Senza modifiche, il benchmark proposto avrebbe un impatto per la sola ceramica, con costi ETS diretti da circa 70 a 120 milioni di euro l’anno. Nel frattempo, però, l’Italia ha già un margine di intervento: può rafforzare la compensazione dei costi indiretti ETS utilizzando i proventi delle aste, senza dover attendere i tempi della revisione complessiva europea.

Il nucleare rappresenta una scelta strategica per il futuro del mix energetico italiano, ma richiederà anni prima di produrre effetti concreti. Che cosa dobbiamo fare nel frattempo per ridurre il divario di prezzo con Francia e Germania e limitare il rischio che il costo dell’energia condizioni gli investimenti o spinga le imprese a delocalizzare?

Il nucleare è una componente strategica del futuro mix, con il PNIEC che prevede i primi SMR dal 2035, circa 2 GW al 2040 e fino a 8 GW al 2050. Ma dobbiamo agire subito sugli attuali costi energetici. Nel breve periodo le priorità sono l’attuazione del DL Bollette, il contenimento dello spread PSV-TTF e l’aumento della disponibilità di energia rinnovabile a prezzi competitivi. I numeri dimostrano il potenziale: nelle aste FER X del 2025 il fotovoltaico è stato aggiudicato mediamente a 56,8 €/MWh e l’eolico a 72,9 €/MWh, contro un prezzo elettrico all’ingrosso italiano medio di circa 116 €/MWh nello stesso anno. Dobbiamo quindi accelerare autorizzazioni, PPA, accumuli e investimenti nelle reti. Occorre anche valorizzare l’idroelettrico nazionale, rinnovando le concessioni e destinando una quota della produzione alla manifattura a condizioni competitive. Sul nucleare intanto è fondamentale iniziare la sperimentazione e la ricerca: proponiamo fino a un miliardo per ricerca, sviluppo e qualificazione industriale. Per una filiera che, secondo il Rapporto Nucleare Confindustria-ENEA 2025, potrebbe generare oltre € 50 miliardi di impatto economico, fino a 120.000 posti di lavoro e circa € 17 miliardi di risparmi cumulati in bolletta al 2050.

Molti degli strumenti necessari per ridurre il costo dell’energia passano anche dai territori. Quale ruolo possono giocare le associazioni territoriali di Confindustria nell’accelerare investimenti in rinnovabili, autoproduzione, infrastrutture e nuovi modelli di approvvigionamento? E quali ostacoli locali andrebbero rimossi con maggiore urgenza?

Nei territori occorre favorire la realizzazione degli investimenti già individuati nelle nostre proposte: autoproduzione, PPA, accumuli industriali e nuove connessioni. Le associazioni territoriali possono giocare un ruolo fondamentale contribuendo a mettere in relazione le esigenze delle imprese e le opportunità di investimento, anche attraverso forme consortili e progetti condivisi nei distretti. Proponiamo un Fondo Reti Strategiche da € 2 miliardi nel 2026-2028, destinato a investimenti aggiuntivi già autorizzati o in fase avanzata. È prevista anche una linea dedicata a cabine, reti di media tensione e digitalizzazione nei distretti industriali, nelle aree energivore e nelle ZES. I principali ostacoli sono i ritardi autorizzativi, le difformità regionali nell’individuazione delle aree idonee, la saturazione virtuale delle reti e i tempi per le opere di connessione. Chiediamo quindi verifiche preventive sull’idoneità delle aree entro 30 giorni, una procedura unica per le autorizzazioni esecutive e un percorso accelerato, entro 60 giorni, per le varianti alle connessioni imposte dal gestore dopo l’autorizzazione.

Nel dibattito sull’energia il focus è spesso concentrato sulle grandi imprese energivore. Ma il tessuto industriale italiano è fatto soprattutto di PMI, molte delle quali non rientrano nelle categorie che possono beneficiare delle principali misure di sostegno. Come evitare che la transizione energetica allarghi ulteriormente il divario tra imprese grandi e piccole?

Il rischio esiste, perché le PMI hanno minore capacità negoziale, meno accesso ai capitali e maggiori difficoltà nel sottoscrivere contratti energetici di lungo periodo. Per questo le nostre proposte prevedono strumenti specifici e diversificati. Innanzitutto, nel programma da € 2,5 miliardi per efficienza energetica, elettrificazione e calore rinnovabile chiediamo una finestra dedicata alle PMI, con procedure semplificate. Il programma comprende il rafforzamento del Conto Termico 3.0, del FER-T e un credito d’imposta fino al 65% per interventi integrati, comprese le pompe di calore prodotte nell’Unione europea. Proponiamo inoltre di rafforzare gli strumenti MIMIT già attivati per l’autoproduzione rinnovabile delle PMI, attraverso contributi, crediti d’imposta e garanzie finanziarie. Sul fronte dei PPA occorre evitare contratti e requisiti troppo restrittivi, che escluderebbero proprio le imprese meno strutturate. Infine, attraverso reti d’impresa, consorzi ed ESCo dobbiamo consentire anche investimenti aggregati, superando i limiti dimensionali e finanziari dei singoli operatori.

Abbiamo parlato di numeri, strumenti e strategie. Ma, al di là delle misure concrete, qual è oggi la questione che la preoccupa maggiormente e una che invece le dà fiducia guardando al futuro dell’industria italiana?

La preoccupazione più forte è che l’elevato costo dell’energia si trasformi in un vincolo strutturale, fino a diventare un fattore permanente di perdita di capacità industriale. L’Italia importa circa il 75% dell’energia che consuma, il 96% del gas e il 95% del petrolio. A questa forte dipendenza si aggiunge un differenziale di prezzo elettrico strutturale rispetto ai concorrenti europei, che pesa sulle scelte di investimento e di localizzazione produttiva. È un rischio concreto per la tenuta della nostra manifattura. Ma c’è anche un elemento forte di fiducia: il potenziale industriale che abbiamo a disposizione è enorme. Oggi ci sono circa 4.000 progetti rinnovabili in autorizzazione, per quasi 150 GW, e possiamo contare su filiere tecnologiche nazionali importanti nelle reti, nell’efficienza energetica, nella cogenerazione e nelle tecnologie di decarbonizzazione. La sfida è ora passare dalle potenzialità ai risultati, trasformando rapidamente progetti e proposte in investimenti concreti, con regole certe e condizioni economiche competitive. Abbiamo le tecnologie, le competenze e i progetti: dobbiamo creare le condizioni perché possano tradursi rapidamente in capacità produttiva e nuova energia competitiva. È questa la condizione per difendere e rafforzare la manifattura italiana.

A cura di Stefano Rudilosso

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