Taroni, minimalisti massimali

Nel distretto serico comasco la parola “tradizione” ha spesso il peso della storia. Ma da Taroni, una delle realtà più antiche del territorio, la tradizione non è mai stata sinonimo di immobilità. Fondata nel 1880 e oggi guidata da Maximilian Canepa, l’azienda continua a produrre alcuni dei tessuti in seta più prestigiosi al mondo, destinati alla moda, al cinema e al teatro. Maximilian Canepa è nato e cresciuto negli Stati Uniti, dove ha studiato arte e fotografia. Il suo percorso sembrava orientato verso una carriera artistica, fino al trasferimento definitivo in Italia nel 2013 e all’ingresso nell’azienda guidata dal padre, Michele Canepa, alcuni anni prima. Da allora ha intrapreso un percorso di apprendimento diretto, iniziando dal lavoro più operativo fino ad assumere la guida dell’impresa nel 2018. Oggi la sua visione intreccia rispetto per il patrimonio tecnico della seta comasca e una forte propensione alla sperimentazione: dalla sostenibilità alle collaborazioni internazionali, fino a progetti simbolici come il lancio della seta nella stratosfera. Un modo originale per raccontare una fibra che accompagna l’umanità da millenni e che continua a rappresentare uno dei materiali più nobili e complessi da lavorare. Maximilian Canepa ci racconta la storia di Taroni, le sfide del distretto tessile, il rapporto tra artigianato e industria e la necessità di continuare a sperimentare per restare rilevanti.

L’ingresso della sede di Grandate

Maximilian, Taroni è una delle realtà storiche del distretto serico comasco. Da dove nasce questa storia?

Taroni nasce nel 1880, nel pieno sviluppo del settore serico comasco, come tessitura dedicata all’abbigliamento su misura. All’epoca quasi tutte le tessiture erano nate con questo obiettivo: produrre tessuti destinati a capi realizzati per una clientela benestante. A Como si era sviluppato proprio questo modello di business: creare tessuti di altissima qualità per l’abbigliamento sartoriale. Noi oggi possiamo parlare di quasi centocinquant’anni di storia, siamo la tessitura serica più antica di Como ancora attiva. È un primato importante, anche se a volte comporta molte responsabilità. Non è sempre bello essere l’ultimo, sarebbe meglio essere i primi. L’azienda Taroni nasce grazie ad Amedeo Taroni, che ha creato gran parte degli articoli classici che produciamo ancora oggi, praticamente come allora. Ha impostato i principi con cui realizzare tessuti estremamente ricchi e prestigiosi, capaci di valorizzare al massimo la seta, una fibra straordinaria, proteinica cristallizzata, capace di riflettere la luce meglio di qualunque altro materiale. Il lavoro di Amedeo Taroni è stato proprio quello di esaltare questa qualità naturale unica. Nel tempo le tecnologie sono cambiate e anche le normative sono evolute. Noi però abbiamo sempre cercato di adattare le tecnologie alle nostre esigenze e non il contrario. È questa la formula che permette di mantenere una propria identità nel tempo.

Oggi alla guida dell’azienda c’è lei, preceduto da suo padre Michele Canepa. Come si vive un passaggio generazionale in una realtà con una storia così lunga?

Mio padre Michele Canepa ha guidato l’azienda per molti anni e ha rappresentato una figura fondamentale per la sua evoluzione. Il passaggio generazionale è sempre una fase delicata e complessa: è normale che una persona più giovane abbia idee diverse rispetto a chi l’ha preceduta. Per questo credo sia molto importante che ci sia spazio per sperimentare. Le nuove idee hanno bisogno di tempo per maturare e per trovare la loro strada. Io ho avuto la fortuna di poter provare e sperimentare e questo è stato fondamentale per costruire la mia visione.

Lei però arriva da un percorso molto diverso: è nato e cresciuto negli Stati Uniti dove ha studiato arte e fotografia. Come è arrivato alla guida di un’azienda tessile?

Il mio sogno, da giovane, era quello di fare l’artista. Sono arrivato in Italia nel 2005 e dal 2006 ho iniziato a lavorare in azienda perché non avendo un background tessile ho dovuto imparare tutto sul campo. Ho iniziato dai macchinari, cercando di capire come funzionavano. Sono partito dalle specole, dai punti più basici del processo produttivo. Il prodotto che realizziamo è talmente alto di gamma che ogni passaggio è fondamentale: dal controllo qualità al filato, fino alla gestione dei colori, ogni dettaglio ha un peso enorme. Io la chiamo la catena serica: un sistema in cui ogni passaggio contribuisce alla qualità finale del tessuto. Sono stato molto fortunato perché in azienda lavorano persone che sono qui da quarant’anni, che hanno visto cambiare il settore e che custodiscono conoscenze che non si possono imparare a scuola. Da loro ho imparato moltissimo ed è anche per questo che mi dispiace pensare che molti di loro andranno presto in pensione, è un po’ come vedere andare via membri della propria famiglia.

Un tema molto discusso oggi è quello del ricambio generazionale. Trovate facilmente giovani interessati a questo settore?

La difficoltà principale è che il tessile comasco non è stato raccontato abbastanza. Se uno visita Como trova pochissime tracce della seta, per esempio non esiste un giorno dedicato alla seta. È strano che non ci sia una cultura del mostrare ciò che facciamo. Persino i comaschi raramente indossano seta ed è un peccato, perché questo territorio è unico al mondo. Qui si producono alcuni dei tessuti e delle stampe più prestigiose. La stessa Camera Nazionale della Moda è stata fondata dai tessitori, non dalle case di moda. Questo dice molto sull’importanza industriale del nostro distretto e proprio perché ciò che esiste qui non esiste altrove, mi chiedo perché non venga valorizzato di più. Non servirebbe molto. Noi comunque cerchiamo sempre di assumere giovani, su 90 persone, circa 20 sono ragazzi. Lavorare qui significa essere a contatto con il meglio della moda, del lusso, del cinema. È affascinante sapere che i tessuti che creiamo oggi diventeranno moda tra un anno e mezzo. Quando sei l’unico al mondo a produrre un certo tipo di tessuto, è difficile che quel lavoro venga cercato altrove.

L’ingresso di una nuova generazione, come la sua, comporta anche grandi responsabilità. Qual è stata la sfida più difficile da quando guida l’azienda?

Sicuramente gli anni del Covid. Sono diventato CEO nel 2018 e dopo due anni è arrivata la pandemia. Il 2019 era stato un anno molto positivo e anche i primi mesi del 2020 erano partiti benissimo. Poi tutto si è fermato e, a differenza della crisi del 2008, il Covid ha cancellato eventi, cerimonie, matrimoni. Tutto ciò che per noi è importante è scomparso completamente e improvvisamente.

Come siete riusciti ad affrontare quel momento?

Prima di tutto mantenendo un dialogo continuo con i nostri clienti. Il fatto che ci fosse meno lavoro ci ha anche permesso di approfittarne per modernizzare alcuni processi interni. Abbiamo introdotto un nuovo sistema gestionale e abbiamo potuto testarlo a fondo. Oggi quei sistemi ci permettono di vendere meglio, avere statistiche più precise e capire con maggiore chiarezza cosa è davvero essenziale nella produzione.

E la soddisfazione più grande?

I nostri tessuti si riconoscono perché brillano e ogni volta che ne vedo uno sul grande schermo mi emoziono. Collaboriamo molto con il cinema e con il teatro: per esempio, abbiamo realizzato uno degli abiti indossati da Margot Robbie nel film Barbie. Arrivare al punto in cui milioni di persone vedono il tuo lavoro è qualcosa di straordinario.

Maximilian Canepa

Quali sono gli ingredienti fondamentali per la longevità di un’impresa?

Noi siamo un’azienda molto riservata. Questo può essere visto sia come un pregio sia come un limite, ma non perdiamo mai la curiosità. Non concentriamo mai tutte le risorse su un singolo progetto. È importante investire su ciò che si sa fare meglio, ma allo stesso tempo avere risorse per sperimentare. Sperimentare significa anche fare errori però è proprio questo che permette di rimanere umili. Molte persone diventano molto brave nel proprio lavoro e poi si fermano. Io invece credo che si debba sempre guardare anche altrove, non solo nel proprio distretto: gli stimoli sono ovunque.

Quanto conta il lavoro di squadra in un’azienda come Taroni?

È fondamentale. Ogni reparto è essenziale e indispensabile. I nostri dipendenti sanno che stanno facendo qualcosa di molto particolare, ma mi piacerebbe che ci fosse ancora più orgoglio per quello che facciamo. I comaschi sono grandi lavoratori e parlando con persone di altre aziende del territorio si percepisce quanta passione ci sia in questo settore. Noi siamo chiamati ad affrontare continuamente difficoltà e ostacoli e se non amassimo davvero questo lavoro sarebbe impossibile continuare.

Cosa rende la sua azienda una realtà particolare all’interno del distretto?

Il nostro servizio di stock è il più ampio del distretto comasco. Avere a disposizione centinaia di colori permette ai nostri clienti di lavorare con grande velocità, soprattutto durante lo sviluppo delle campionature e questo aumenta matematicamente la probabilità che i nostri tessuti entrino nelle collezioni. Negli anni poi abbiamo saputo trasformare il nostro ciclo produttivo e oggi siamo tra le tessiture più veloci di Como. Abbiamo investito in tecnologie molto avanzate che ci permettono di ridurre drasticamente i tempi di consegna. I nostri macchinari sono nuovi, efficienti e possono lavorare anche senza presenza continua. Li conosciamo molto bene e sappiamo esattamente come utilizzarli per ottenere il massimo.

Quanto conta oggi la ricerca e sviluppo?

Moltissimo. Noi dobbiamo essere un punto di riferimento per i clienti ma, ancora più importante, dobbiamo cercare di vedere il mondo con i loro stessi occhi. Io vorrei riuscire a vedere ciò che vedono loro e rifletterlo nei tessuti che produciamo. Solo così si può creare qualcosa che ha davvero senso nel mercato in cui operiamo.

Nel 2016 avete aderito alla campagna Detox di Greenpeace. È stata più una scelta etica o di strategia?

Entrambe. Tutto è nato da una richiesta di un cliente. Oggi essere tra i primi a fare qualcosa è essenziale. Chi arriva per primo ha più tempo per sperimentare, sbagliare e capire come funzionano davvero le cose. Aver fatto questo passo prima di molti altri ci ha permesso di essere molto preparati quando il tema della sostenibilità è diventato centrale. Siamo certificati GOTS dal 2015, ma questo ha significato lavorare per anni affinché tutta la filiera fosse certificata: tintorie, finissaggi, partner.

Quanto è difficile oggi lavorare nel settore tessile?

Quando c’è molta competizione significa che il distretto è vivo. È più preoccupante quando molte aziende fanno fatica, perché vuol dire che qualcosa non funziona nel sistema. Il distretto tessile comasco è un po’ come una barriera corallina: tante piccole realtà diverse ma tutte indispensabili tra loro. Ognuno ha la propria funzione e l’equilibrio si regge proprio su questa diversità. Oggi però questo equilibrio sta cambiando perché i nostri clienti sono diventati enormemente grandi. In confronto a loro noi siamo formiche, e questo rende più difficile mantenere partnership equilibrate.

A questo si aggiunge il fatto che la seta oggi rappresenta una piccola parte del consumo tessile globale. 

Sì, circa lo 0,2% del consumo tessile mondiale. È una percentuale molto piccola. C’è ancora poca consapevolezza della seta e dei materiali naturali, anche da parte dei consumatori finali e questo rende più difficile far comprendere il valore di ciò che facciamo. Io, per esempio, cerco sempre di trovare modi nuovi per raccontare la seta.

Silk in Space

Per esempio?

Abbiamo mandato la seta nello spazio!

Mi spieghi meglio.  

Sì, abbiamo lanciato un tessuto di seta nella stratosfera. È un progetto che esce dal mondo della moda, ma per me è stato molto significativo. La seta è una fibra che accompagna l’umanità da migliaia di anni. Ogni cultura che l’ha incontrata ha lasciato una traccia e se un giorno l’umanità dovesse rappresentarsi nello spazio, penso che dovrebbe portare con sé anche qualcosa di seta. La seta è anche sinonimo di pace: per produrla servono molti passaggi e molta armonia, non può esistere in un ambiente dove le cose non funzionano e credo che il distretto comasco è stato e dovrà sempre essere il risultato di questo equilibrio.

Da dove è nata l’idea?

Qualche anno fa sono andato negli Stati Uniti a vedere un’eclissi solare. Dopo quell’esperienza ho scoperto un gruppo di ragazzi di Montréal che lanciava sonde nella stratosfera con palloni atmosferici per riprendere eventi naturali dall’alto. Quando ho visto il loro lavoro sono rimasto affascinato e li ho contattati. Gli ho chiesto se fossero interessati a mandare un pezzo di seta nello spazio. Ero curioso di vedere se la seta, fuori dall’atmosfera terrestre, potesse catturare la luce solare nella sua purezza, rivelando il colore nella sua forma più autentica.

Qual era l’obiettivo del progetto?

Essere i primi! Nessuno aveva mai mandato un tessuto d’alta moda nella stratosfera, volevamo creare qualcosa di iconico. Avendo un background artistico e fotografico, penso spesso al fatto che i nostri tessuti diventino capi fotografati milioni di volte. Il valore sta anche nel creare il momento e questo progetto serviva proprio a creare un momento unico, facile da raccontare. Parlare troppo tecnicamente del nostro lavoro non è sempre coinvolgente. Un progetto come questo invece cattura l’attenzione e l’immaginazione ed è anche un modo per essere ricordati come i primi ad aver mandato la seta nello spazio.

Dopo lo spazio, quali saranno i prossimi progetti?

L’immaginazione è infinita. Uno dei progetti più recenti realizzati nasce dai nostri scarti di tessitura. Stavo cercando un tappeto per la mia casa a Milano e, navigando su Internet, sono venuto a conoscenza di un’associazione di donne che, nelle montagne dell’Atlante, in Marocco, realizzano tappeti berberi utilizzando la lana avanzata. Ho chiesto loro se fossero interessate a creare tappeti utilizzando i nostri scarti di seta con l’idea di trasformare qualcosa di invendibile in un oggetto di valore, continuando a raccontare la seta in modi nuovi.

Vi sentite più artigiani evoluti o industriali con un’anima artistica?

Siamo italiani. È difficile descriverlo. A volte dobbiamo pensare in modo industriale, altre volte in modo artigianale. È un equilibrio sottile, reso possibile proprio dal distretto serico comasco, che è una realtà davvero straordinaria e andrebbe valorizzata molto di più.

Per esempio, come si potrebbe valorizzare? 

Mi piacerebbe vedere un giorno della seta, in cui tutti si vestono di seta. Servirebbero più sarti e più cultura del su misura. Le persone dovrebbero venire da tutto il mondo per farsi realizzare capi qui a Como, come succede in Tailandia o in Vietnam. E infine mi piacerebbe anche creare un parco di farfalle: sarebbe un modo bellissimo per coinvolgere i più piccoli.

Che futuro immagina per Taroni?

Molti designer oggi guardano agli archivi del passato per creare. L’obiettivo di Taroni è invece creare qualcosa che rappresenti il nostro tempo. Così come i telai di allora erano il meglio della tecnologia del loro tempo, vorrei che tra cent’anni qualcuno guardasse ai nostri tessuti per capire cosa si faceva oggi. Mi piacerebbe continuare a creare cose uniche e di valore.

Un consiglio ai giovani che si affacciano oggi al mondo del lavoro?

Andare in un posto dove la proprietà tenga davvero al proprio lavoro. I ragazzi dovrebbero fare esperienze e non perdere tempo. Gli errori? Meglio farli quando si è giovani. Credo anche che lavorare in aziende di dimensioni più piccole sia una grande scuola: permette di vedere tutti i reparti e capire davvero come funziona un’impresa. Noi siamo circa novanta persone, una dimensione che consente ancora di avere una visione completa del processo produttivo e speriamo sempre che i nostri giovani decidano di restare.

A cura di Caterina Malacrida

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